“L’amore del cuore”, di Caryl Churchill, in scena al Teatro delle Passioni

(foto di Sveva Bellucci)

Dopo “When the Rain Stops Falling” di Andrew Bovell, Premio ANCT e Ubu nel 2019, e “Il Ministero della Solitudine”, Premio Ubu 2023, la compagnia lacasadargilla, fra gli artisti di casa di ERT dalla stagione 2025/26, torna a collaborare con Emilia Romagna Teatro portando in scena un testo della drammaturga britannica Caryl Churchill, “L’amore del cuore”. Lo spettacolo, prodotto da ERT, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello e lacasadargilla, è atteso al Teatro delle Passioni di Modena dal 17 al 22 febbraioGiovedì 19 è prevista una doppia recita, alle ore 19.00 e 21.15, mentre restano invariati gli orari del resto della settimana: martedì, mercoledì e venerdì ore 20.30, sabato 19.00 e domenica 18.00. In scena Alice Palazzi, parte del nucleo stabile del Collettivo, insieme un cast d’attori che da anni accompagna il lavoro di lacasadargilla: Tania Garribba, Fortunato Leccese, Francesco Villano a cui si aggiunge Bianca Cavallotti.

“L’amore del cuore” di Caryl Churchill è un’opera che mette in crisi le regole stesse del teatro: più che raccontare una storia, la drammaturga britannica usa la scrittura con le sue sperimentazioni e invenzioni linguistiche, per smontare i meccanismi della rappresentazione, della realtà e delle relazioni familiari, portando sul palco abitudini, omissioni e abissi nascosti. Al centro una piccola vicenda domestica, attraversata da un senso costante di inquietudine, in cui l’ordinaria complessità dei rapporti familiari diventa materia teatrale. Il vero cuore dello spettacolo è la parola: interrotta, ripetuta, rilanciata come un disco che salta, fino a disorientare lo spettatore. “L’amore del cuore” è un testo sull’attesa e sulla fragilità del linguaggio, dove i personaggi sembrano recitare non tanto un ruolo, quanto i resti della propria vita, oscillando tra realismo e frammento, tra rappresentazione e riflesso. 

Un allestimento semplice: un tavolo, quattro sedie, un appendiabiti, quattro tazze da tè di porcellana inglese, una teiera, cucchiaini. Abiti dai toni grigi e antracite stinti, come fossero presi da fotografie scolorite. Un set di microfoni: panoramici per rendere astratta l’azione, a contatto per far risuonare il tavolo e levalier per restituire le più piccole esitazioni del linguaggio. Un piazzato livido – come un ring di luci a vista – intorno al tavolo. E dietro al tavolo uno schermo sospeso, a vista, con un conto alla rovescia che definisce “l’impostura della narrazione e sottili interferenze visive che ne disturbano a tratti l’andamento”.

Scegliamo per L’amore del cuore la forma ibrida e “ambigua” di quella che potrebbe a prima vista sembrare una messinscena – si legge nelle note di regia de lacasadargilla – ma con l’intenzione di radicalizzarne e metterne a nudo il dispositivo interno, facendone – letteralmente – il disegno di regia. Mostrando, in tempo reale il combattimento dell’attore e l’immediatezza delle sue reazioni di fronte alla parola ricordata, dimenticata e rimemorata. Una forma scenica radicale e formalmente precisa per mettere a nudo il momento stesso del formarsi dello spettacolo, quando il testo – inteso come successione di parole, lemmi, sintassi – si apre alla regia e al suo immaginario, ai paesaggi sonori, ai movimenti scenici o alle inaspettate suggestioni visive. 

Perché L’amore del cuore accanto e intorno al testo in sé costruisce letteralmente una scatola sonora fatta di un minuzioso uso di microfoni invisibili e una partitura quasi musicale di rumori, pause e iterazioni sonore. Mentre d’improvviso “irrompono in scena” uno struzzo, una torma di bambini, il fragore di mitra che – a quanto il testo indica – uccidono letteralmente tutti. Irruzioni semplicemente “dette” e che semplicemente “accadono”, perché Churchill chiede e chiama la vita organica e incontrollabile a fare intrusione nel meccanismo inceppato della realtà. E se richiederebbe la presenza di uno struzzo in carne e ossa, è il suo fantasma narrativo – pericoloso e bellissimo – a entrare veramente sulla scena, nello spazio umano del teatro mentre le luci scendono piano. 

Una forma scenica che è quasi un esercizio spirituale di lettura, scelta proprio perché il teatro di Caryl Churchill così insolito e poco addomesticabile sembra chiederlo. Una scrittura che – come un vaso di Pandora – è piena di affascinanti trabocchetti drammaturgici, d’invenzioni e sperimentazioni sul filo della lingua e dell’azione, sotto cui sono disseminati i temi, sempre politici, sempre vicini a questioni come l’identità, la costruzione delle relazioni pubbliche e private, la messa in scena della realtà, la frattura tra questo rappresentare e il rappresentarsi – come società o come uomini – rincorrendo quella cosa chiamata verità”.

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