Il progetto FEM, Future Education Modena, l’intervista alla direttrice Donatella Solda

Si chiama Future Education Modena (FEM), è un progetto di eccellenza (sì, in questo caso l’espressione non è enfatica) che si occupa di nuove frontiere dell’apprendimento legate alla tecnologia, sviluppa soluzioni educative, collabora con università e istituzioni anche al di fuori dei confini nazionali. Avviato nel 2019 e finanziato dalla Fondazione di Modena, FEM abita (con un certo stile) parte degli spazi dell’ex Sant’Agostino. Donatella Solda (foto), fondatrice (insieme a Damien Lanfrey) e direttrice di FEM, racconta da quali urgenze ha preso forma il progetto. “Con Damien ci rendevamo conto che l’educazione, generalmente quella formale, quindi la scuola, l’università, era in una fase di smarrimento a causa della transizione verso una presenza sempre più forte della tecnologia. Lo smarrimento provoca ansia, un disorientamento su cosa scegliere, quale strumento utilizzare, i dubbi sulla sua efficacia. Il decisore pubblico spesso si limita a fornire fondi per comprare strumenti, ma mancano sempre due cose: una visione e un collegamento forte con quello che la ricerca elabora”.

Dopo sei anni, la vostra è una scommessa vinta?
Penso di sì: anche durante la pandemia non ci siamo mai fermati, anzi siamo diventati da subito un centro di riferimento su come cambia l’apprendimento con le tecnologie digitali e come fare in modo che le tecnologie siano utili, efficaci, che non siano subite. Ora, dopo sei anni, siamo un soggetto di ricerca applicata e produzione. Abbiamo rapporti con praticamente tutte le università italiane. La Commissione Europea ci utilizza; siamo centrali a livello italiano ed europeo.

Modena, in quanto città di medie dimensioni, si è dimostrata poi un luogo adatto dove impiantare questa impresa?
Prima di approdare a Modena sia io che Damien abbiamo sondato diverse possibilità, anche all’estero dove ci siamo entrambi formati. Ci siamo detti: proviamo in Italia prima di andare all’estero. Ci siamo guardati un po’ in giro: Roma, Milano, Torino, Trento… poi si è aperta l’opzione Modena. Io non c’ero mai stata prima. Non era certo il primo posto a cui pensavamo, ma si è dimostrata un luogo ideale.

Perché?
È facile lavorare a Modena: c’è un benessere economico che permette di lavorare in una dimensione utile alla sperimentazione. In più non è dispersiva. Per dire: essere a Milano avrebbe comportato utilizzare le nostre energie anche per sopravvivere in competizione con altri soggetti. Forse all’inizio non siamo stati molto capiti, poi il Covid ha dato uno scossone, permettendo di capire quanto potesse essere utile avere un luogo di questo tipo. Produciamo valore, non soltanto visione, contenuto, relazioni. Costruiamo start-up, prodotti. Siamo un team da 60 persone.

60 persone coinvolte: con quali mansioni?
Siamo articolati in più aree: metodologica, umanistica, STEM. Con noi lavorano e ricercano neuroscienziati, pedagogisti, psicologi cognitivi, designers, game-based learners, sviluppatori di app, esperti di inclusione, linguisti computazionali, ricercatori di visual literacy, media education, esperti di intelligenza artificiale, tecnologi, scienziati ambientali, chimici, fisici. Alcuni sono nostri dipendenti, ma l’area dei nostri collaboratori è molto più estesa: molti lavorano con noi in maniera più progettuale.

Da tre anni, in autunno, organizzate un festival aperto alla città: Learning More. Cos’altro esce all’esterno di FEM?
Tutte le attività formative che offriamo, il workshop, la scuola, la summer school, il summer camp… Però noi interpretiamo la nostra Academy sempre come un momento intermedio, non conclusivo.

Parliamo di intelligenza artificiale: la sua pervasività non rischia di produrre una sorta di impigrimento?
Certo l’AI produce una rivoluzione tecnica. Aggiunge abilità, velocizza molte attività, automatizza cose ripetitive. Allo stesso tempo sostituisce alcune delle nostre competenze, quindi il dibattito si sta concentrando sullo studiare cosa significa trasformare queste competenze. Come si dice sempre, ci sono cose positive e cose negative, bisogna imparare a scegliere, ad avere un ruolo attivo.

Quali competenze ritenete fondamentali per l’educazione del futuro e come contribuisce a svilupparle?
La competenza principale, lo ripeto, è essere protagonisti del processo di apprendimento. Si chiama capacità critica: comprendere dove si è e perché si sta apprendendo qualcosa. Ma l’apprendimento non deve essere sempre finalizzato.

Tra i suoi progetti più recenti c’è FEM Studio, uno spazio multifunzionale pensato per gli studenti universitari, in procinto di nascere in via Sant’Eufemia 27. Di che si tratta?
Al piano terra di uno studentato ristrutturato, abbiamo allestito ambienti adatti per lo studio individuale e di gruppo, coaching, workshop, con una community online per il supporto reciproco. È un progetto di neuroarchitettura a cui teniamo molto: per ora parte come prototipo, dopo l’estate lo promuoveremo in modo congruo.

(di Francesco Rossetti)

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