Un ritorno alla dimensione teatrale per Balletto Civile, che con il nuovo lavoro, Le fenicie ispirato a Euripide, rinnova la sua ricerca tra gesto coreografico e parola, dando vita a una creazione corale capace di dialogare con l’attualità. Lo spettacolo è atteso venerdì 6 alle ore 20.30 e sabato 7 marzo alle 19.00 al Teatro Storchi di Modena.
Prodotto da Balletto Civile in coproduzione con Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale e presentato in prima assoluta in agosto 2025 a Segesta Teatro Festival, Le fenicie vede in scena undici performer – Fabio Bergaglio, Maurizio Camilli, Antonio Carta, Ambra Chiarello, Francesco Collavino, Cecilia Francesca Croce, Giovanni Fasser, Emanuela Serra, Giulia Spattini, Mirco Tosches – insieme a Michela Lucenti e si configura come un inno alla democrazia e una riflessione condivisa sull’assenza di senso della lotta civile. La tragedia euripidea diventa materia viva, attraversata dai corpi dei performer che disegnano un racconto continuo della caduta della casata dei Labdacidi e della sofferenza che travolge la città di Tebe. Come di consueto negli spettacoli della Compagnia, la danza si piega alla narrazione, in contatto con le sue origini più antiche e quindi come forma di dialogo visivo con la Polis: una danza che mette il corpo al servizio del pensiero e della responsabilità civile.
“Euripide con questa tragedia – commenta Balletto Civile – ci colpisce particolarmente perché coniuga le istanze di bruciante attualità politica con una prospettiva che proietta in un lontanissimo passato mitico, come in un gioco di specchi, le radici della sofferenza che sconvolge la città di Tebe. Non è possibile non sentire le assonanze con le guerre che sono alle porte dei nostri confini odierni. Guerre fratricide che affondano in radici antichissime“.
Tragedia corale che prende il titolo dal gruppo di donne straniere che costituisce il coro, Le fenicie si caratterizza per una marginalità potente e profondamente contemporanea: la voce del coro – femminile, giovane e straniera – rispecchia la condizione di spettatori impotenti davanti agli orrori del presente. “Questa marginalità – prosegue Balletto Civile – ci connette ancora di più al materiale: di fronte agli orrori che ogni giorno vediamo, non siamo che freddi osservatori marginali davanti al massacro di intere generazioni“. La danza della guerra – disegnata come figurine su un vaso greco – accompagna un racconto apparentemente episodico ma attraversato da una profonda unità emotiva.
La radicalità del testo e delle scelte sceniche si incontrano in una partitura di corpi e parole che rifiuta l’estetica fine a sé stessa: per Balletto Civile la bellezza esiste solo quando piegata al senso «e ora più che mai – conclude la Compagnia – ci sembra urgente danzare una partitura di parole, prestando i nostri corpi come testimoni ad un vero e proprio elogio alla democrazia, un ennesimo rifiuto della tirannia e una viscerale riflessione sul non senso della lotta civile».



