“Il segreto del nome” (Capovolte edizioni) è un affresco famigliare, un dialogo tra generazioni che parla dell’oggi e di legami mai recisi con i luoghi d’origine. È il romanzo d’esordio di Amal Oursana, la cui biografia intreccia pezzi di vita tra il Marocco, la Francia e l’Italia. In particolare Modena, dove ha studiato e si è laureata in Medicina. Amal presenterà il romanzo sabato 30 novembre alle 18 al Castello Campori di Soliera, nell’ambito del Festival della Migrazione.
Amal, anzitutto una domanda su Rahhal, il personaggio che seguiamo nella prima parte, da quando nasce in Marocco fino al suo approdo in Europa. Chi è?
Il suo nome vuol dire ‘nomade’: incarna uno spirito di viaggio. Guarda alla Francia. Al primo tentativo viene rispedito indietro, ma questo fallimento lo spinge a cercare radici più profonde. Va a cercare uno zio che non ha mai visto, né mai conosciuto. Lo ritrova e questo incontro gli aprirà le porte per l’Europa. C’è qualcosa di magico quando uno si mette in movimento per una bella causa. È un personaggio ‘ventoso’: saranno forse i suoi figli a proseguire il suo viaggio.
Qual è stata la molla che ti ha portata a scrivere questo libro?
Sono partita trascrivendo i dialoghi che sentivo a casa, in famiglia. A un certo punto ho percepito quanto testimoniassero qualcosa che non vivevo solo io, ma tutte le famiglie immigrate. Nelle stanze risuonava una lingua inedita, mescolata, specchio di un’umanità da raccontare.
Consideri il romanzo una lettera d’amore alla tua famiglia?
Non so, posso dire che la mia famiglia a Modena è stata molto aperta a tutti quelli che avevano bisogno. Ci siamo tutti improvvisati mediatori culturali, ponti umani tra due culture. Una lettera d’amore alla mia famiglia? Sì, ma anche a tutte quelle che hanno lasciato il proprio paese per venire in Europa.
Cosa si perde e cosa si acquista, lasciando un paese per un altro?
Beh, quando passi molto tempo in un posto, cambi, assimili la sua cultura. Ma sai anche quanto sia necessario mantenere viva una connessione con le radici. Certo, questo richiede uno sforzo, non è facile.

La seconda parte del libro si svolge a Modena. Qui tocchiamo con mano come vive una famiglia marocchina immigrata…
Torno sui dialoghi: quelli tra sorelle prima di andare a letto o a colazione tra figli e genitori o tra due fratelli che si parlano per strada… per me sono preziosissimi perché è in quei frangenti che si dispiega la vita e vengono fuori le paure, le incertezze…
Com’era crescere a Modena all’inizio degli anni 2000?
Dopo l’11 Settembre si era creato un clima gelido che contrapponeva Islam e Occidente, diventata delicato anche solo dichiararsi musulmani. Volevo riportare la condizione di quegli adolescenti chiamati a rispondere a tante domande complicate. Ma ho anche cercato di tessere un filo sottile con l’invisibile, lo spirituale. Mi piacerebbe che il libro potesse ispirare la ricerca di qualcosa di profondo: la predisposizione all’ascolto, aprire gli occhi del cuore, dell’interiorità.
La terza parte prende avvio con un viaggio in auto attraverso la Spagna, esperienza che accomuna molti marocchini, giusto?
Sì, quel viaggio trasmette una condizione di vita intensa. Viaggiare in auto in fondo è un lusso, qualcosa di faticoso che ti arricchisce enormemente.
Dedichi il libro a tutti i nuovi italiani che hanno un’altra origine: perché?
Dedico il libro a loro, ma anche agli italiani che hanno voglia di accogliere una nuova Italia. Vorrei che a questi giovani la diversità venisse trasmessa come valore. Il segreto è cercare di vivere le identità come un arricchimento e non come una lacerazione. A un certo momento dev’esserci la gioia di dire: sì, ho due culture dentro di me e mi fanno più ricca.
Cosa ti lega maggiormente al Marocco?
Porto con me la musica e la danza, i sapori e la luce, come si manifesta, il cielo come si distende, anche il senso di ospitalità, intesa non in modo scontato, generico, ma come attitudine ad accogliere una persona sconosciuta e incontrarla e trattarla come se fosse un qualcuno che Dio ti affida.
E cosa alla Francia, e all’Italia?
Della Francia ho il mio passaporto, dell’Europa il rispetto dei diritti umani, la curiosità, fare domande su tutto. Non che il mondo marocchino sia chiuso, ma a volte si resta silenti, quasi per discrezione. L’italianità la avverto molto quando incontro altri italiani all’estero, allora mi sento a casa.
Cos’è per te la scrittura?
È un rifugio, uno specchio, un momento di raccoglimento, di meditazione, di riflessione, di introspezione: è tutto questo. Ed è anche una difficoltà perché ho sempre bisogno di muovermi, mentre scrivere ti impone una sedentarietà.
di Francesco Rossetti



