Cent’anni fa la fine della Grande Guerra, ne parliamo con lo storico Montella

Domani, domenica 4 novembre l’Italia celebra la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate; formalmente festeggia la vittoria italiana nella prima guerra mondiale, con l’entrata in vigore dell’armistizio di Villa Giusti (4 novembre 1918) e la resa dell’Impero austro-ungarico. Più opportunamente, oggi, potremmo definire la giornata un’occasione per celebrare quantomeno la fine di quel disastroso conflitto. E magari fare qualche riflessione, grazie a Fabio Montella, giornalista e storico che si è occupato a più riprese di quel periodo.

Montella, a 100 anni dalla fine del conflitto, quanto ancora del mondo di oggi è segnato in modo profondo da quell’evento?
Molto e per tanti aspetti. Da un punto di vista geopolitico la fine della guerra ha visto nascere nuovi Stati e morire tre grandi imperi sovranazionali. I confini disegnati “a tavolino” hanno dato origine a numerose guerre, fino a quella che ha fatto esplodere l’ex Jugoslavia e ai conflitti che dilaniano ancora oggi gli ex territori coloniali. Ma anche sotto altri profili la prima guerra mondiale ha rappresentato la matrice, o almeno il moltiplicatore, di molti fenomeni: si pensi al tema dei profughi, così attuale.

La Guerra ha davvero segnato uno spartiacque fra epoche, almeno per una consistente parte di mondo?
Se per “mondo” intendiamo, come allora, un pianeta eurocentrico, direi proprio di sì. La Grande Guerra ha contribuito a dare forma al Novecento come nessun altro evento prima e dopo. Il “secolo breve”, che in Europa era iniziato con un’illimitata fiducia nel progresso e nella virtù della scienza, dopo il 1914 si è trasformato in un ventennio di conflitti, paura e macerie. Le scoperte e le invenzioni vennero messe al servizio della guerra, la produzione industriale al servizio degli eserciti, ogni risorsa delle nazioni a moltiplicare morte e distruzione.

In tempi di crisi del sogno europeo, è vero che la Grande Guerra fu anche il primo significativo momento di condivisione di esperienze e condizioni comuni, vissute dai popoli europei?
Trovarsi a poche decine di metri, faccia a faccia con l’“altro”, fu una rivelazione, per molti soldati. Il nemico (come avrebbe cantato più tardi De André) “aveva il tuo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore”. Le tanto celebrate (oggi) “tregue di Natale” furono esempi limitati, ma molto significativi. Si scoprì che essere diversi, parlare un’altra lingua, non era un ostacolo insuperabile per socializzare, perché ugualmente terribile era stata l’esperienza vissuta. Poi si tornava a uccidere per non essere uccisi, nella logica (comprensibile) della guerra. Ma l’Europa è nata per superare le divisioni: è un’ovvietà che oggi, troppo spesso, dimentichiamo.

A livello tecnologico – penso al telefono, all’auto, all’aereo, alle comunicazioni col telegrafo – siamo ancora ‘figli’ di quell’epoca di trasformazioni, oppure con la rivoluzione digitale siamo già da un’altra parte?
Credo che di quell’epoca ci sia rimasto soprattutto lo stupore di fronte alle innovazioni tecnologiche; ma oggi sono alla portata di tutti, mentre un tempo non era così. Un altro aspetto mai abbastanza sottolineato è che l’impulso all’innovazione è stato spesso fornito dalla guerra, i cui ritrovati vengono poi applicati anche in ambito civile. Si pensi, per la prima guerra mondiale, alla tecnologia delle protesi per il recupero delle disabilità prodotte dal conflitto o, in tempi recenti all’invenzione di Internet, nato negli Stati Uniti a scopi di difesa.

Montella, a guerra finita come si reintegrarono nella società i reduci dal fronte? Come si riorganizzarono i civili?
Il passaggio tra guerra e dopoguerra, con la “rivoluzione” mancata e l’ascesa violenta del fascismo, è uno degli snodi più interessanti della storia del Novecento. In questo periodo sto pubblicando un volume che racconta il ritorno alla vita civile degli ex prigionieri italiani. In questo, come in altri casi, è evidente il fallimento della gestione di questo problema, che spalancò le porte all’avvento di Mussolini, abile a ‘capitalizzare’ la delusione e la frustrazione di tanti reduci.

Le pratiche di internamento e deportazione di civili cominciarono allora e proseguono a tutt’oggi?
Il ‘900 è stato definito (tra le altre cose) il “secolo dei campi”. Anche se non erano fenomeni inediti, nella prima guerra mondiale la prigionia militare, l’internamento e la deportazione dei civili si diffusero su larga scala, in tutto il pianeta. Solo tra i militari, si calcola che furono tra i 6,6 e gli 8 milioni gli uomini di tutti gli eserciti che vissero periodi più o meno lunghi nelle mani del nemico. Gli spostamenti di popolazione divennero una vera e propria emergenza, alla quale nessuno Stato era pronto. La situazione che viviamo mi sembra per certi versi simile, ma i numeri, oggi, appaiono poca cosa. L’Italia, in quegli anni, seppe gestire masse di uomini ben superiori, in proporzione. Ma dietro i numeri, ieri come oggi, ci sono persone, storie, esperienze dolorose. Continuare a studiare la prima guerra mondiale ha senso anche per questo: entrare in connessione con gli individui di un’epoca che non c’è più per capire qualcosa dell’umanità di oggi.

(Intervista di Francesco Rossetti)

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