‘Il mio alibi perfetto? E’ solo uno, cantare’. Intervista a Lalo Cibelli

Cantante, attore, compositore, maestro direttore di banda, ora anche insegnante per la neonata Stars Academy di Modena. Lalo Cibelli (foto) è un artista eclettico che non smette mai di sperimentarsi nelle forme espressive le più diverse. A luglio è uscito il suo ultimo lavoro discografico, un album con dieci canzoni: sette cover (tra queste “Caruso”, “Anna verrà”, “La mia casa in riva al mare”) e tre inediti. Titolo: “Alibi perfetto”.

Lalo, cosa c’è in “Alibi perfetto”?
È il disco del pudore, in un certo senso. Sai perché? Perché è il più bel disco che abbia mai fatto, il più vero. A volte ho questa sensazione, di essere alle prese con canzoni che sono così belle che quasi mi vergogno a cantarle. Devi vincere il pericolo di commuoverti troppo, perché il controllo del cantante dev’essere totale. Se vuoi emozionare, non devi emozionarti tu, devono farlo gli altri. Ci sono tre inediti, storie meravigliose alle spalle.

Hai anche altri progetti a cui tieni molto?
Sì, per esempio il mio concerto su Lucio Dalla, “Al dolce fresco delle siepi” con sette artisti sul palco. E ancora un altro, che riguarda sempre Lucio e che ha debuttato quest’anno nell’estate modenese nel chiostro di San Pietro: “Dalla/Roversi, un amore disturbante”. È il carteggio al vetriolo fra loro due, reso nella forma del teatro-canzone.

Con Lucio Dalla hai lavorato a lungo: che ricordi hai?
Stare con Lucio significava essere sempre concentrati e allo stesso tempo essere liberi. Dopo un mese che ci conoscevamo lui disse, anche un po’ infantilmente: Lalo, d’ora in poi io e te siamo amici. A Lucio piaceva l’eroismo che mi caratterizzava, e mi metteva costantemente alla prova. Mi chiamava all’improvviso per far sentire la mia voce nelle situazioni più disparate. Era sempre in tempo up. C’era una caterva di gente di Bologna che l’amava. Dormiva pochissimo. Ho capito perché andava sul tetto a guardare le stelle.

Torniamo a te. Sei un artista con radici ben piantate in Emilia, ma dagli orizzonti internazionali. Come ti trovi in questo doppio binario?
Posso dire che il mio mestiere mi ha portato a vivere una domesticità in tanti luoghi. In particolare a Roma, dove ho vissuto una decina d’anni, e Amalfi, dove ho passato un anno meraviglioso. Ma sono nato a Marano sul Panaro, i miei affetti ancora sono lì. Ora abito a Savignano in una dimensione unica, su un colle, a pochi metri dal centro storico, una dimensione molto umana dove mi trovo bene. La felicità sta nel quotidiano, nella qualità della tua vita.

Quali sono le origini della tua carriera?
Sono un artista tardivo e precoce insieme. Mia madre sostiene che a un anno cantavo già. Anche alle scuole elementari ero tacciato di esser sempre sulle nuvole. Sono diventato un chitarrista folk. Ma sono stato ostacolato. Ho preso il diploma di ragioniere e ho cominciato a lavorare: dopo cinque anni – era un lunedì di Pasqua, suonavano le campane e io stavo facendo le fatture per il mercato estero – mi sono detto: no, la mia vita non può essere questa. Mi sono iscritto al Dams come studente lavoratore. Solo a 38-39 anni ho cominciato a fare unicamente questo lavoro.

Quando ti è arrivato questo timbro di voce?
Intanto la voce bassa si è acuita in anni e anni di Malboro. Mi sono sviluppato tardissimo, a 17 anni ero ancora un mezzo bambino. Poi la voce è cambiata. Sono un baritono scuro, con tre ottave di estensione che arrivano anche ad alcune note tenorili.

Hai collaborato a lungo anche con Luciano Pavarotti…
Luciano era affezionato a me, mi stimava. L’ho incontrato alla seconda edizione di Pavarotti & Friends dopodiché le ho fatte tutte. Ho duettato con Bono Vox, cantato con Lionel Richie, conosciuto i Deep Purple, B.B. King, Stevie Wonder, Barry White. Luciano era un uomo controverso molto buono, ma anche ispido, chiuso all’interno di un ruolo, quello del più grande tenore del mondo. Quando lui emetteva un suono, era inconfondibile, c’era solo lui, aveva un dono di Dio. L’ultimo anno della sua vita mi chiamò a fare il capodanno e cantai per lui.

Sei anche insegnante, farai parte del progetto Star’s academy. Come ti trovi in questa veste?
Devo confessarti una cosa: io non ho mai insegnato se non per i miei amici. Ho sempre avuto paura di dettare regole in modo troppo ferreo. La lezione di canto è quella più difficile, la voce è lo strumento più difficile perché appartiene a noi. Alla Stars Academy inizierò il 24 ottobre, insegnerò arte scenica e drammaturgia della parola. È una nuova sfida.

Cos’è più importante tra talento e studio?
Secondo me non esistono gli stonati, esistono solo persone ‘maleducate’ alla voce. Dipende anche dal background familiare. Io avevo un padre musicista e una madre che canta ancora all’età di 97 anni, ero agevolato. Il talento invece quando c’è bisogna gestirlo, coltivarlo, metterlo alla prova perché si potrebbe inaridire.

di Francesco Rossetti

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