Il Ridotto del Teatro Storchi si apre a nuove visioni, intrecciando parola poetica e gioco teatrale. Nascono Ars Poetica e Fior di teatro, fior di infanzia, due rassegne che attraversano poesia, figure significative da scoprire e riscoprire ed esperienze interattive, pensate per spettatori di ogni età. Ars Poetica inaugura il 19 marzo alle ore 20.30 con “Verso Arthur” di Marco Manchisi, in scena insieme a Angela Burico e Cristina Carbone. Una restituzione sonora dei testi che confluiranno nella futura messa in scena, Arthur, un reading che si configura come tappa di ricerca, partitura in divenire e dispositivo scenico aperto. Al centro, la figura di Rimbaud: poeta eternamente giovane, autore di un’opera concentrata in un brevissimo arco di tempo che va dai dodici ai ventuno anni. Il lavoro nasce dal desiderio di restituire la tensione visionaria della sua scrittura e il paradosso biografico di una vocazione tanto precoce quanto radicale.
Il piccolo Arthur fugge di casa mentre la madre lo richiama: “Arthur, revien!”. Sogna fantasmi, una vergine folle, un soldato ucciso in guerra. Sogna l’acqua, fiumi e mari mai visti. Cresce, legge voracemente, scrive in latino e in francese, deforma le parole, immagina una lingua nuova e universale. Ambizioso, si vede incoronato da Apollo. “Una partitura scenica – commenta Marco Manchisi – fatta di immagini, suoni, figure, voci, provenienti dall’universo dei suoi scritti. Una mappa emotiva che corre tra l’essere bambino e l’essere adolescente, pieno di un’energia unica, vitale. Anni in cui il seme che portiamo dentro, a volte vuole prematuramente e prepotentemente germogliare, e quando questo accade, come nel caso di Rimbaud, la pianta che fiorisce è bellissima, ma anche molto fragile”.
La scena è essenziale: uno spazio vuoto dominato da un fondale bianco. La presenza di Rimbaud si manifesta attraverso le sue parole, che rivivono in tre figure provenienti dai suoi testi: una sposa da La vergine folle, una suora che richiama Ophelia, un soldato morto da Il dormiente della valle. I tre personaggi abitano lo spazio come apparizioni: emergono dalla “scatola” degli scritti, incarnazioni di un immaginario che scardina la linearità del racconto tradizionale a favore di un linguaggio in versi sciolti, che procede per immagini e cortocircuiti. “I personaggi sono immersi in una dimensione scenica onirica – conclude Marco Manchisi – dove tutto accade come in un flusso di coscienza, attraverso brevi ed intense illuminazioni, navigando continuamente tra forme e territori metafisici e quotidiani insieme. Dialogano tra loro utilizzando le poesie e le lettere di Rimbaud, riecheggiano soprattutto il tema della guerra, i contrasti tra laicità e cristianesimo, tra vita e morte. Si lasciano nutrire dalla luce di una lucciola, che li corrobora e li trasforma in poeti. Quando la lucciola viene espulsa dai loro corpi, i tre personaggi svaniscono sulla scena, come fantasmi, soffi d’aria. Abbiamo lasciato scorrere in noi la presenza di Rimbaud, il racconto per tanti versi paradossale della sua vita. Abbiamo letto e analizzato le sue poesie ardite, spesso di difficile interpretazione, eppure vive, pungenti, sferzanti, libere nella loro prosa poetica”. Un omaggio al “poeta dalle suole di vento”, alla sua lingua ardente e alla sua irriducibile tensione verso l’altrove.



