“Ricostruttori di Pace”, la lettera del Vescovo alla città per San Geminiano

Si intitola “Ricostruttori di Pace” ed è incentrata sulla figura e sulle idee di San Francesco d’Assisi, di cui ricorre l’ottavo centenario della morte, la Lettera scritta dall’arcivescovo Erio Castellucci alla città in occasione della festa del Patrono, San Geminiano,  che vivrà il suo momento clou sabato 31 gennaio con la funzione religiosa in Duomo, il tradizionale Corteo Storico e l’immancabile fiera per le vie e le piazze del Centro. Qui di seguito l’inizio della Lettera:

«Nacque al mondo un sole»: così Dante, nella Divina Commedia (cf. Par. XI, 50), introduce l’elogio di san Francesco d’Assisi (1181-1226). Il Poeta, all’inizio del Trecento, sembra suggerire che nel secolo precedente il mondo vagasse nelle tenebre e attendesse il sorgere del sole. Nell’epoca di Francesco, in effetti, villaggi e campagne della Penisola pativano molti mali: battaglie continue tra città vicine, lotte per il potere, ribellioni e rivolte, povertà, sperequazioni e malattie diffuse, contrasti all’interno dei gruppi sociali, conflitti sanguinosi tra le famiglie e i clan, divisioni anche dentro la Chiesa e nelle comunità cristiane.

Erano forse questioni e tormenti esclusivi del Medioevo? Pochi giorni fa, indicendo l’Anno Giubilare Francescano, Leone XIV ha affermato che san Francesco anche oggi, «in quest’epoca, segnata da tante guerre che sembrano interminabili, da divisioni interiori e sociali che creano sfiducia e paura, continua a parlare. Non perché offra soluzioni tecniche, ma perché la sua vita indica la sorgente autentica della pace» (Ai Ministri generali della Famiglia francescana, 7 gennaio 2026). Dunque, il problema esiste anche nel XXI secolo: e si espande su scala mondiale. L’elenco dei mali di oggi è molto simile a quelli del Duecento; semmai vanno ampliate le dimensioni e aggiornate le cifre, vanno integrate alcune nuove patologie e le ferite legate al degrado ambientale: ma il bisogno di pace, in tutti i sensi e a tutti i livelli, resta lo stesso. Pace nel cuore, pace nelle relazioni familiari e sociali, pace tra i popoli e le nazioni, pace nell’ecosistema. Il buio dei conflitti, sempre più drammatici, reclama ancora e sempre il sole della pace.

Otto secoli dopo la morte di Francesco, il suo sole continua a risplendere. Non solo attraverso le correnti spirituali generate dalla sua singolarissima esperienza – specialmente le famiglie francescane – ma anche attraverso una moltitudine di persone di diverse culture, spesso lontane dall’appartenenza cristiana. Il fascino di Assisi e del suo Santo attira tutto il mondo e accende il desiderio della pace. La tradizionale Lettera alla Città, in occasione della solennità di san Geminiano, cade quest’anno nell’ottavo centenario del “transito” di san Francesco: così ho pensato di offrire qualche pennellata sull’attualità della sua figura e del suo messaggio. Francesco e la Città, ossia la vita quotidiana delle persone, le famiglie e i gruppi, l’impegno civile ed ecclesiale, i problemi e le risorse del territorio, la politica e la passione per il bene comune, l’educazione alla pace e alla cura del creato.

Il Santo di Assisi non si sarebbe mai sognato che la sua vicenda avrebbe potuto interessare tanti mondi per tanti secoli. A seconda delle epoche e culture, è stato indicato come emblema e precursore della poesia italiana, del socialismo utopistico, dell’economia di mercato, del pacifismo, del dialogo interreligioso e dell’ecologismo. Francesco è stato certo – e lo vedremo – il primo poeta in lingua volgare, l’iniziatore della fraternità come forma di vita consacrata, un lavoratore vissuto in povertà, uno dei massimi operatori di pace, il coraggioso artefice di un dialogo con i musulmani, il cantore del creato in tutti i suoi elementi. Ma nessuna categoria, presa a sé, ne esaurisce la figura. Tutte queste dimensioni in lui prendevano origine da un’unica grande persuasione, da cui scaturì la sua vocazione: che Dio lo avesse chiamato a vivere «secondo la forma del Santo Vangelo». Il Santo più radicale della storia cristiana è anche il Santo più universale, proprio perché la sua radicalità è l’assunzione del Vangelo senza interpretazioni (sine glossa) come programma di vita: e il Vangelo è sinonimo della pace a cui tutti aspirano.

Non si comprenderebbe Francesco senza questa totale immersione in Cristo. Tra i primi segnali della sua vocazione c’è l’esperienza davanti al Crocifisso di San Damiano, da cui sente questo invito: «Francesco, va’ e ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (2Cel X: Fonti Francescane = FF 593). E l’intera sua esistenza si è snodata nell’assimilazione a Cristo, tanto da essere poi definito nelle fonti tardive «un altro Cristo» . Il presepe “vivente” da lui messo in piedi a Greccio nel 1223 e le stimmate ricevute a La Verna l’anno seguente sono il sigillo di questa totale configurazione al suo Signore.

Tra le prime rivelazioni che Francesco ricevette c’è l’augurio di pace: «il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto: “Il Signore ti dia la pace!”» (Test. 23: FF 121). Nella nostra epoca di grandi tensioni è sempre più evidente che la pace è possibile solo nelle forme della solidarietà, condivisione, fraternità, riconciliazione, dialogo, testimonianza e custodia. Vorrei trasmettere proprio questo messaggio attraverso alcune scene della vita di Francesco: il futuro, nonostante tutto, è possibile; e ogni persona di buona volontà, qualsiasi visione della vita abbracci, può contribuire a realizzarlo, educandosi ed educando alla pace. L’essere umano non è per natura un lupo per gli altri (homo homini lupus), ma è per natura un amico (homo homini amicus), le cui relazioni sono sempre insidiate dall’egoismo, ma possono essere allenate al dono“.

CLICCA QUI per leggere la versione integrale della Lettera del Vescovo alla Città.

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