D’annunzio era astemio… ma non del tutto. Ne parlano in un libro Luca Bonacini e Enrico Di Carlo

“Il brindisi del poeta astemio” (Verdone editore) è un affondo nella vita di Gabriele D’Annunzio, scandagliata tramite il ‘nettare degli dei’, sua maestà il vino, sia quello italiano che quello francese. E dire che il poeta si definì sempre astemio, ma i due autori – Enrico Di Carlo e Luca Bonacini – non sono così convinti che lo fosse integralmente perché troppi sono gli indizi a favore di un moderato consumo d’occasione. Chiedo a Luca Bonacini, giornalista e scrittore modenese, critico enogastronomico del Gambero rosso oltreché che Gran Maestro della Confraternita del Gnocco d’Oro, come ha preso forma l’idea di un libro a quattro mani? Enrico aveva già scritto dei libri su D’Annunzio che mi avevano incuriosito. Non solo: aveva fatto ripubblicare “Osteria” di Hans Barth, un testo di inizio ‘900, fondamentale per chiunque si occupi di enogastronomia italiana, e la prefazione era di D’Annunzio. L’idea è nata da lì, dalla recensione di quel volume. Ci siamo conosciuti e, chiacchierando del più e del meno, gli ho fatto notare che rispetto a D’Annunzio non c’era niente sul vino. È vero, il poeta si professava ‘acquatile’, ma noi abbiamo provato a confutare questa asserzione”.   

Può essere che D’Annunzio volesse mostrarsi salutista?
Sul cibo e sul vino c’è sempre stato questo problema: che tutti ne hanno vergogna, soprattutto certe classi, in certi ambienti. I nobili per esempio non vogliono farsi vedere mangiare, c’è questa idea del vino come qualcosa di animale, che dà ebbrezza e fa perdere il controllo. Questa idea è cambiata solo negli ultimi venti-trent’anni.

Il libro prende in esame la corrispondenza e tutte le carte del poeta: in che occasioni emerge la ‘nota alcolica’?
Intanto si racconta di un pasto condiviso tra D’Annunzio e Carducci. Quest’ultimo, toscano trapiantato a Bologna, amava molto il lambrusco che si faceva spedire da Modena. Ma il vate conobbe il vino soprattutto negli anni francesi, tra il 1910 e il 1915, tra Parigi e Arcachon, nella Gironda, dove si produce il Bordeaux. Era uno che frequentava i salotti buoni, si sapeva vendere, riteniamo impossibile che non fosse preparato anche sulla cultura enologica.

Una parte del libro descrive in modo dettagliato la Cantina del Vittoriale. Quali sono le caratteristiche, i numeri?
Sì, la vera chiave di volta della nostra ricerca è stata l’inventario che fece Luisa Baccara, una pianista veneziana che fu l’ultima delle muse di D’Annunzio. Un inventario di ben 295 bottiglie, tutte di gran livello. Accade raramente di trovare un documento del genere, un elenco autografo che era stato poco studiato dai critici dannunziani e che abbiamo dovuto un po’ interpretare. Ci sono bottiglie di valore assoluto. Con questa lista abbiamo scoperto cosa viaggiava in quella casa, cosa passava da quella tavola.

C’erano anche molti champagne?
Decisamente, e abbiamo fatto alcune ricerche anche sul gusto dell’epoca, gli anni venti, scoprendo che lo champagne era prevalentemente dolce, con un tenore zuccherino piuttosto elevato. Solo in seguito gli spumanti sono diventati più secchi.

Nella seconda parte del libro, proponi una sorta di mappa italiana dei vini a partire da quelli indicati. Si parte inevitabilmente dal Montepulciano…
Abbiamo ipotizzato che fossero dei Valentini perché era una delle cantine famose già in auge e premiata nell’Ottocento. In generale devo dire che con la ‘scusa’ dei vini, cerchiamo di far rivivere un po’ anche l’Italia e la Francia dell’epoca.

E con Modena? Quali frequentazioni ha avuto il poeta?
Beh, per esempio all’epoca c’era il laboratorio Gozzi, una legatoria di grandissima qualità artigianale, che peraltro c’è ancora. Bene, tra i clienti storici risulta anche D’Annunzio. In altre carte si parla anche di un viaggio a Modena e di un pomeriggio passato come ospite di Ferruccio Testi, in una casa molto bella di Rua Muro. D’Annunzio era venuto per conoscere le competizioni tra colombofile, che allora erano molto in voga. Torno a ripetere: raccontare queste vicende è aprire uno squarcio nella cultura dell’Italia dell’epoca.

Una curiosità: dove avete presentato questo libro prima di arrivare a Modena?
Abbiamo fatto moltissime iniziative, ma ricordo in particolare la presentazione nella sede del Ministero dell’Agricoltura a Roma, e ancora al Consolato generale d’Italia a Nizza e all’Accademia Barilla di Parma.

di Francesco Rossetti

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