Il disco della settimana: The Cure “Songs of the lost world”

The Cure – “Songs of the lost world”

Quanti pezzi saranno rimasti fuori per arrivare alle otto, intensissime tracce di “Songs of a lost world” (Canzoni di un mondo perduto) dei Cure? Quello uscito lo scorso 1° novembre è un disco ambizioso, solenne, preparato con tutta la decantazione di cui aveva bisogno, a ben 16 anni dal precedente album in studio. Si propone come un classico e forse lo è già diventato. Sembra proprio che Robert Smith fosse sicuro di avere tra le mani qualcosa di profondo, sia musicalmente che a livello di contenuti. Gli intro dilatati – dai due minuti e mezzo ai cinque minuti prima che entri la voce (inconfondibilmente la stessa, a 45 anni dal debutto) – in antitesi ai diktat di Spotify e delle playlist in streaming, aliena da logiche radiofoniche.

Testi viscerali, con una buona dose di cupezza, capaci di generare una corrente emotiva globale, di parlare a persone che vivono nei quattro angoli del pianeta, a ognuna di loro con una connessione personale, uno a uno. Sembra di poter cogliere una straordinaria corrispondenza con “Disintegration”, che per chi scrive è la punta più alta della band. “All I ever am” è piena di rimpianti, la magnifica “Alone” apre il disco mentre la struggente “Endsong” (oltre 10 minuti) lo chiude, quasi come un abbandono (“alla fine di ogni pezzo, mi ritrovo da solo con niente”). “A fragile thing” sembra essere il pezzo più immediato e parla di amore, quantomeno di un amore passato, ma vissuto. Manca la nota più scanzonata e leggera che ha fatto grande la band, ma si coglie un senso di compiutezza raro per un rock-album. Le linee di basso dello storico bassista Simon Gallup si fanno notare per eleganza.

Con il loro inimitabile timbro dark, i Cure mantengono alto il livello, con la meticolosità di chi si gioca tutto in un disco. Che potrebbe sempre essere anche l’ultimo. Qualcuno magari bollerà di nuovo Robert Smith come un pessimista cosmico. Ma no, ha solo attacchi di depressione, come tutti. La fine non lo ossessiona. Magari lo preoccupa un po’, questo sì…

di Francesco Rossetti

 

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