Filosofia importante per orientarsi nel mondo. Intervista al direttore del Festival Francesconi

(foto da uff stampa Festival Filosofia)

Conto alla rovescia per il Festivalfilosofia 2025 che si terrà dal 19 al 21 settembre a Modena, Carpi e Sassuolo. Numerosi gli eventi e gli incontri in programma con altrettante personalità di spicco. “Paideia” è il tema di questa edizione. Con Daniele Francesconi, direttore scientifico della manifestazione abbiamo voluto guardare tra le pieghe di questa manifestazione, la cui attrattività resta attuale.

Francesconi, 25 anni di Festival, un quarto di secolo, nell’anno in cui Michelina Borsari non c’è più. Che eredità ha lasciato?
Michelina Borsari ha lasciato soprattutto una testimonianza e un esempio, un modo di fare cultura in cui filosofia, arti e letteratura si arricchiscono reciprocamente e possono rivolgersi a tutte le persone perché parlano una lingua viva relativa a questioni della nostra vita.

Perché il festival mantiene sempre quella caratteristica “di prima volta”? Qual è l’elemento innovativo che contribuisce al suo rinnovo ogni anno, solo la filosofia o si tratta di un insieme di elementi?
Credo che dipenda soprattutto dal fatto che ogni anno ci si immerge in un tema diverso, che risponde a una questione rilevante della fase storica che stiamo attraversando. È come quando si legge il nuovo libro di un autore che amiamo: ci troviamo uno stile e una voce che riconosciamo, e questo ci rassicura, ma anche una trama e personaggi almeno in parte nuovi, e questo ci cattura. Questo compito di articolare i temi e le trame è il lavoro concettuale della filosofia, cui si accordano anche le altre espressioni artistiche.

Modena continua a rivelarsi all’altezza di questo evento? Riesce ad essere attrattiva in un ambito così speciale e specifico? Il festival si integra con quelle sue peculiarità conosciute nel mondo?
Modena, come anche Carpi e Sassuolo, perché il festival è una manifestazione “di distretto”, riesce a essere attrattiva anche in questo ambito perché noi ci inseriamo in una tendenza che è ormai almeno di medio periodo e in evoluzione: da città produttiva e manifatturiera, Modena si è trasformata in città di ricerca (anche in campo tecnologico), di creatività, di investimento sull’intelligenza e sull’immateriale: sono caratteristiche della società della conoscenza di cui anche un progetto come il festival è espressione.

Come è cambiato il festival, negli anni e che risposte ha dato e vuole continuare a dare secondo lei?
Anzitutto rispetto alle prime edizioni il festival è cambiato in dimensione, oggi molto maggiore. Il format e l’intuizione originaria, lavorare su una parola-chiave, restano tuttavia immutati. Diciamo sempre, ma non è una frase retorica, che vogliamo fare domande più che dare risposte, in fondo è il compito della filosofia. Ogni questione che affrontiamo è più complessa di quanto appaia in un discorso pubblico spesso superficiale e distratto.

C’è un target di persone a cui si rivolge il festival? La platea degli estimatori si è allargata o ristretta? Chi ritorna, secondo lei perché ritorna?
Il festival si rivolge a tutti proprio perché assume un’idea civile di cultura come opportunità di formazione e di riflessione. Naturalmente la filosofia può essere un sapere difficile e in certi casi alcuni temi e alcune lezioni possono essere complessi, ma dobbiamo essere consapevoli che esiste una voglia di cimentarsi e di impadronirsi delle idee molto maggiore di quella che certe lamentazioni contemporanee tendono a presentarci. Chi torna, credo che torni per questo. E poi le nostre città sono accoglienti: è un elemento assolutamente da non sottovalutare.

Come sono studiati, progettati e scelti gli argomenti da affrontare da un anno all’altro?
Ha usato il termine giusto, prima di tutto sono studiati. Per individuare un tema adatto a un’edizione occorrono molte letture. I temi che scegliamo sono rilevanti per la discussione filosofica, ma devono anche avere un significato per il dibattito pubblico e, non da ultimo, per l’esperienza dei singoli. Le faccio un esempio. Abbiamo dedicato un programma al tema della verità solo nel 2018, alla diciottesima edizione. All’inizio degli anni Duemila, quella parola era riservata a questione tecniche di logica e filosofia del linguaggio. Nel 2018 – tra fake news, manipolazione dell’opinione e “post-verità” – era diventata una scottante questione politica che riguardava tutti noi come cittadini.

Qual è la vera lezione del Festival?
Non so se tocca a me dirlo. Posso dirle cosa ha insegnato a me: che la filosofia resta importante per orientarsi nel mondo e che non deve rimanere un sapere elitario.

(di Fili.Pe.)

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