L’adolescenza non è un periodo semplice, lo stesso Giacomo Leopardi ne sapeva qualcosa. Tanto da poter ispirare ancora oggi i teenager con la sua poesia e la sua filosofia. Ne è convinto Gianpaolo Annese (foto), giornalista del Resto del Carlino, che ha appena pubblicato “Attraverso la siepe. Giacomo Leopardi si racconta a mia figlia”, tramite il self publishing Etabeta. Il libro, già disponibile sulle principali piattaforme web, è un dialogo con sua figlia Fabrizia, attraverso il poeta.
Gianpaolo, come è nato il progetto e cosa ti ha spinto a raccontare Leopardi in questa forma?
È nato durante la pandemia, quando ci siamo resi conto di come un piccolo virus abbia messo in ginocchio un intero sistema economico nel giro di una settimana. Leopardi è un poeta che ho amato fin da piccolo, e mi è tornata in mente l’idea dell’indifferenza della natura nei confronti dell’uomo. Siamo ancora portati a credere di essere il centro dell’universo, quantomeno uno degli elementi principali del cosmo. Leopardi sapeva che non è così, in un’epoca in cui la società era invece tutta votata al progresso, all’ottimismo, per le scoperte scientifiche e politiche. Lui nota che il rischio che si corre è pensare troppo alla felicità dei popoli e poco alla felicità dell’individuo, rimasto solo di fronte all’universo indifferente, se non ostile.
Di Leopardi cosa ti piace di più: i Canti, lo Zibaldone o le Operette morali? O tutt’e tre?
Ho fatto riferimento soprattutto alle Operette morali e allo Zibaldone che è un insieme di riflessioni rapsodiche, anche contraddittorie tra di loro. Una formula molto innovativa per l’epoca, da cui peraltro prendono forma le Operette morali, con al centro questo forte scetticismo verso le “magnifiche sorti e progressive”.
Perché ti rivolgi a tua figlia?
Perché vorrei trasmettere ai ragazzi dell’età di mia figlia come queste idee possano essere ancora più attuali oggi che non nell’Ottocento. Mia figlia studia al Liceo scientifico Wiligelmo e sta leggendo il libro proprio in questi giorni, perché ho voluto farle una sorpresa. I ragazzi di oggi vengono definiti la ‘generazione ansiosa’ per via di uno smarrimento, un’incapacità di trovare punti fermi.
E in Leopardi quali insegnamenti possono trovare?
Leopardi Individua tre strategie per fronteggiare la vita. La prima è coltivare le illusioni. Bisogna coltivare progetti, proporre sempre cose da perseguire. Anche se razionalmente possiamo vivere momenti di smarrimento, disorientamento, malinconia, il cuore quando viene messo all’azione si rigenera. In questo Leopardi è un uomo di azione, non un contemplativo.
La seconda strategia è l’immaginazione. Invece di macerarsi nel dolore, dobbiamo riscattarci attraverso la letteratura come redenzione. Non basta l’esperienza, bisogna raccontarla e raccontando le cose acquisiscono un senso.
La terza è quella della ginestra, cioè la comunità sociale, l’aiutarsi reciproco, il fatto di affrontare uniti i problemi, non solo disastri naturali come allagamenti, pandemie, terremoti, ma anche le cose che accadono, che molte volte sembrano guidate da una mano impazzita.
Chissà come avrebbe reagito Leopardi in questi tempi dominati dal duo Trump-Musk…
Lui distingueva tra progresso e sviluppo. Lo sviluppo tecnologico, scientifico, il consumismo non è detto che portino a un progresso dell’uomo in quanto essere umano. Lo diceva due secoli fa e trovo che sia un pensiero attuale.
Rispetto a una generazione iperstimolata, non credi che Leopardi richieda invece un vuoto, un tempo di decantazione? E poi non era il poeta del pessimismo?
Ultimamente c’è un po’ questa moda di dire che Leopardi non era pessimista. Secondo me invece sì, ma bisogna mettersi d’accordo su cosa vuol dire pessimismo. Se equivale a un atteggiamento rinunciatario, allora non lo è. Il suo è un pessimismo cosmico, nel senso che tutte le creature del cosmo hanno questo problema del vivere legato all’insensatezza, anche l’albero, anche l’animale. Il desiderio di felicità dell’uomo è infinito, ma essendo esseri finiti non raggiungeremo mai la felicità, per cui si ritorna a quelle tre strategie di cui ti parlavo prima.
Nel tuo libro è Leopardi stesso a dialogare con tua figlia, e non sei tu. Perché?
Mi sono permesso di far parlare Leopardi in questo immaginario dialogo, perché mi sembra che il suo pensiero sia più che sufficiente. Un piccolo azzardo, ma sono convinto che la mia mediazione avrebbe reso meno efficace la resa del suo pensiero.
Ti piacerebbe portare questo libro nelle scuole?
Sì, molto. Credo però che il libro vada accompagnato, magari da presidi e professori interessati.
Presentazioni in agenda?
Per ora solo una a Portile il 10 aprile. Ne seguiranno altre, devo solo avere il tempo di organizzarmi.
(di Francesco Rossetti)



