Queste note vanno ad associarsi a pezzi precedentemente pubblicati relativi a quegli attori americani che sono approdati allo star system negli anni ’80 e che uno dopo l’altro tagliano il traguardo dei 70 anni. Dopo il compianto William Hurt, Mickey Rourke e John Malkovich, è il turno di Kevin Costner che proprio oggi 18 gennaio 2025 spegne le proverbiali 70 candeline.
La figura di Costner, la sua vicenda lungo gli anni ’80 (lì ci fermiamo, così come abbiamo fatto con gli altri) è di eccezionale interesse. Sono indubbiamente anni di una rapida ascesa in termini di popolarità: non per forza preventivabile, almeno nelle proporzioni. In quegli anni Costner arriva ad affermarsi come protagonista di film ambizioni di registi di peso (Brian De Palma, Oliver Stone, Clint Eastwood) e la parabola anni ’80 culmina con il successo agli Oscar di “Balla coi lupi” per il quale viene premiato come miglior regista. Dopodiché, negli anni ’90, la stella di Costner perde molta luce: forse suo malgrado, o per scelte non felici, o più probabilmente la qualità attoriale mostra un po’ la corda. Potremmo dire che da star Costner retrocede ad attore che ovviamente resta nel business, ma con ruoli più defilati.
L’attore Costner si presentò come un prototipo aggiornato del one decent man, il classico eroe americano, integerrimo, alto, goodlooking: un filone glorioso del cinema a stelle e strisce. Non a caso, in svariate interviste dirà che il film che più lo ha cambiato, lo vide a 8 anni ed è “La conquista del west”. Attenzione, non lo sceneggiato anni ’70, ma il filmone a episodi del 1962 con il gotha di Hollywood: Henry Ford, Henry Fonda, John Wayne, Gregory Peck, James Stewart. Quest’ultimo diventa il modello da imitare (scusate se è poco). Sotto ogni aspetto. Nell’ultima parte della sua vita, Stewart divenne un imprenditore di successo e fece miliardi.
Ecco, quella del businessman è forse la figura che meglio si addice a Costner, un profilo molto americano. Costner sa muoversi, non aspetta solo le occasioni. Anche quando la fortuna gli arride, non si siede sugli allori, mantenendo quel tipico spirito di iniziativa molto yankee. Ulteriore riferimento del giovane Costner? Gary Cooper. Siamo quindi nel bel mezzo della cultura americana popolare. Non dimentichiamo che si professerà sempre repubblicano, in particolare sostenitore di Bush (padre).
Il suo modello, non solo come attore, è un uomo che disponga di quell’integrità necessaria per mantenersi ben saldo anche nelle avversità. L’uomo che a volte sa andare anche contro il sistema.
A dispetto di una certa staticità interpretativa, Costner è alto, ben piantato, ha un bel sorriso, uno sguardo che buca, un certo carisma. A differenza di altri attori, da adolescente non frequenta le assi di un palcoscenico, il teatro del college. La sua famiglia è americana da generazioni. Dicono che i Costner vengano da Kosters, cognome tedesco, con qualche lontano rimando nientemeno che al generale Custer. La famiglia viene dall’Oklahoma, ma Kevin nasce e cresce nella California del sud, in una cittadina, Compton, che è la capitale dei metodisti.
Certamente l’uomo a cavallo è una figura che campeggia nel suo immaginario.
Nel 1987 è il protagonista de “Gli intoccabili” per la virtuosistica regia di Brian De Palma. Interessante il confronto attoriale con Robert De Niro e Sean Connery, dalle interpretazioni con un registro e uno stile diversissimi tra loro. De Niro ingrassa per la seconda volta dopo “Toro scatenato” e si sublima nei panni di Al Capone, toccando forse il punto più avanzato e mai più ricercato in termini di preparazione ossessiva. Alla fine la sua è sì, un’interpretazione eccezionale, ma quasi a parte, scollegata dal mood del film. A sua volta Connery, che recita con l’estrema naturalezza di… Connery, compreso il suo forte accento scozzese, vincerà un Oscar come miglior attore non protagonista. Il film però è sulle spalle di Costner, nel ruolo di Eliot Ness. La leggenda vuole che per quella parte abbiano ‘ballato’ un numero incredibile di attori. L’ha spuntata Costner che la interpreta esattamente come ci si aspetta: l’uomo vulnerabile, ma integro, con famiglia, che combatte contro il male. Vuole incastrare Capone, ma attraverso la legge.
Sarà la stessa parte che gli assegnerà Oliver Stone in “JFK”. Due film a loro modo monumentali, dal cast sfavillante, nei quali Costner si prende la parte più importante.
Ma prima vengono due film sul baseball, lo sport più identitario degli americani. Ciononostante non è che negli anni ’80 si facciano molti film su questo tema. Sono da ricordare “The natural” con Redford e “Otto uomini fuori”. I film con Costner sono “Bill Durham e “L’uomo dei sogni”. Questo secondo è il più bello, impreziosito da attori importanti nel cast (Ray Liotta, Burt Lancaster, James Earl Jones).
Facciamo ancora un salto indietro nella biografia di Costner. Si sposa a soli 23 anni, nel 1977. Si dice che durante il viaggio di nozze, durante uno spostamento, sia seduto accanto a Richard Burton (altra vecchia guardia) e che questi gli darà molti consigli sui suoi sogni di attore. Il suo primo film lo gira però a 19 anni. Poi altri film, in parti a volte molto tagliate nella versione definitiva, come in “Frances”, un film del 1982 con Jessica Lange. Dicono che Costner dovesse dire una battuta come “Buonanotte Frances”, e lo faccia riluttante perché convinto che Henry Fonda o Paul Newman non l’avrebbero mai pronunciata, ma avrebbero parlato giusto con gli occhi, con una comunicazione non verbale.
I registi fondamentali per il suo inizio carriera sono Kevin Reynolds e Lawrence Kasdan. Entrambi lo scartano o lo penalizzano alla prima occasione, ma poi gliene offrono una seconda, decisiva. Un po’ anche per merito suo, che non fa polemiche e mantiene un rapporto positivo.
Quando entra nel cast de “Il grande freddo”, beh, per Kevin è un gran colpo, un gran riconoscimento, come approdare in serie A. Poi la sua parte verrà completamente tagliata. Ma Kasdan gli proporrà un ruolo principale in “Silverado”, il film successivo, un western. Siamo nel 1985. Il genere era in declino. In giro lo faceva ogni tanto solo Clint Eastwood, ma erano film di e per e con e su Clint Eastwood.
Quanto a Reynolds, anche lui lo scarterà per un suo film, poi gli offrirà l’occasione di “Fandango”. A mio avviso è un film notevole che resiste all’usura del tempo: a distanza di 40 anni possiede intatta una sua energia. Ambientato nel 1971, racconta di un gruppo di collegiali – si chiamano The Groovers – che compie un viaggio folle, transitando nel luogo dove James Dean aveva girato “Il gigante”. La scena finale, lo sguardo tra Costner e la sua ex, in procinto di sposarsi con un altro, resta impressa. Dopo “Fandango” Costner farà flop con un “Robin Hood” giustamente dimenticato per la regia dello stesso Reynolds.
E arriviamo a “Balla coi lupi”: la vicenda è complessa, meriterebbe un articolo a sé. Di certo c’è un Costner che si incaponisce sul progetto. Fa scrivere e riscrivere la sceneggiatura, cerca un regista, alla fine tutti gli dicono: “dirigilo tu”. Lui pensa: “non so che tipo di regista io possa essere, ma conosco la storia e la racconterò senza cedimenti, con onestà, nuda e cruda”. Crea una propria casa di produzione. Il film è costoso, ambizioso, i rischi sono tanti. Tutto riesce talmente bene che sembra una favola.
A quel punto è sul tetto di Hollywood. Riscuote un notevole successo al botteghino nei panni del bodyguard di Whitney Houston, gira un bel film di Eastwood “Un mondo perfetto”, poi arrivano due flop clamorosi (con perdite ingenti di dollari!!!) come “Waterworld”, diretto ancora una volta dall’amico Reynold, e “L’uomo del giorno dopo”, diretto da sé stesso. Per l’occasione, un critico conierà il termine Kevinsgate.
La stella di Costner si offusca. Ma l’uomo resta nel business, da allora fino a oggi. Oggi è tornato al western con il progetto “Horizon: An American Saga”, quattro film diretti, co-scritti, prodotti e interpretati da lui stesso. Flop gigantesco nelle sale, ma pare che vadano bene su Netflix.
La sua è una recitazione un po’, anzi molto, prevedibile. Come disse una volta Christopher Walken, “una volta che hai imparato a stare davanti alla macchina da presa, lo puoi ripetere quanto vuoi”. La sensazione è che Costner non brilli più, ma rimanga un solido uomo di cinema. Va bene, va bene così.
di Francesco Rossetti
ps. Se citiamo Vasco Rossi in chiusura, è solo perché in un’intervista degli anni ’80 il rocker di Zocca diceva che gli sarebbe piaciuto essere proprio come… Kevin Costner.



