Il disco della settimana: Richie Furay, i Buffalo Springfield, i Poco e il suo ritorno al Troubador

Richie Furay – “DeLiverin Again – Return to Troubador” (Live)

Rispetto agli altri due membri fondatori dei Buffalo Springfield, Neil Young e Stephen Stills, Richie Furay è sempre rimasto un po’ defilato, nonostante, probabilmente, fosse il migliore cantante dei tre. E pur avendo avuto una carriera di tutto rispetto e aver scritto alcune grandi canzoni è spesso dimenticato. Classe 1944, originario dell’Ohio, Furay era l’anima più romantica e country dei Buffalo e, dopo lo scioglimento della storica band di Los Angeles, ne ha fondata un’altra, i Poco, con la quale ha contribuito a creare le radici di quel country-rock poi portato al successo planetario dagli Eagles. Abbandonata la sua creatura alla ricerca di un successo commerciale che non è mai realmente riuscito ad ottenere, si è prima legato a Chris Hillman e J.D. Souther per un supergruppo che ha ottenuto meno di quanto fosse nelle sue potenzialità, poi ha iniziato una carriera solista dalle alterne fortune.

Nel 2005, dopo una reunion dei Poco, Furay, nel frattempo diventato pastore di una comunità protestante in Colorado e dedicatosi tra gli anni ‘80 e ‘90 alla registrazione di alcuni dischi a tematica religiosa, ha deciso di tornare in pista, ha ricostituito la Richie Furay Band e ha pubblicato quelli che sono probabilmente gli album più belli della sua carriera post Poco: “Heartbeat of Love” (2006) e “Hand in Hand” (2015). E anche il nuovo live è molto interessante e testimonia la tournée effettuata nel 2018 per celebrare i 50 anni dei concerti dei Poco al mitico Troubador di Los Angeles oltre che di uno dei loro album più amati, il live “Deliverin”.

“Return to Troubador” è diviso in due parti. La prima vede Furay e la sua band riproporre brani che vanno dai Buffalo Springfield ai Poco fino agli ultimi lavori solisti, su tutti una splendida versione di oltre 8 minuti di “Anyway Bye Bye”, dal secondo disco dei Poco, cantata con passione e con una voce che, col passare degli anni, non ha perso nulla in forza ed espressività. Nella seconda parte, invece, viene riproposto integralmente “Deliverin”, con l’aiuto in un paio di brani, del vecchio pard Timothy B. Schmit. E quelle canzoni di 50 anni fa suonano ancora fresche e vibranti come fossero state composte oggi. In definitiva un gran bel disco che rappresenta al meglio il sound alle radici di quel fortunato genere oggi definito Americana.

di Giovanni Botti

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